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By Filippo Brunelli

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Il genocidio armeno



Il genocidio armeno è stato il primo del ’900, nonché uno dei più dimenticati: Hitler lo prendeva a canone del massacro che serbava in mente: “chi parla ancora oggi del genocidio degli armeni?”. I responsabili sono rimasti pressoché impuniti, i manuali di storia hanno esitato a raccontare ed il governo turco lo nega esplicitamente ancor’oggi.
Nel 1876 sale al sultanato ottomano Abdul Hamid II, detto anche Sultano rosso o sanguinario, e si ritrova a guidare un impero in piena decadenza economica ed in preda ad una grave crisi emorragica: non poche popolazioni a lui sottomesse, spesso appoggiate da alcune forze europee, cominciano a reclamare indipendenza.
Contemporaneamente alle guerre in Bulgaria, in Romania, Serbia ed Armenia cominciano azioni militari contro la popolazione armena ed il “Sultano sanguinario” non perde occasione di incoraggiare l’eliminazione totale di questa minoranza colta, ricca e cristiana da più di un millennio. Nel biennio 1894-96 reggimenti curdi denominati “Hamidiè”, prontamente obbedienti agli ordini sultaniali, intraprendono il piano di soluzione finale. Questo il bilancio del missionario tedesco Johannes Lepsius (1858-1926), testimone oculare: “2.493 villaggi saccheggiati e distrutti; medesima sorte per 568 chiese e 77 conventi; 646 villaggi convertiti all’Islam; 191 chierici uccisi barbaramente; 55 sacerdoti convertiti all’Islam; 328 chiese trasformate in moschee; 546.000 persone ridotte alla miseria e alla fame più totali”, oltre a 300.000 morti, 50.000 orfani e 100.000 rifugiati in Transcaucasia.
Gli armeni sono considerati il nemico interno, un vero e proprio cancro se non una metastasi, agenti russi prezzolati contro l’impero ottomano, oltre che ghiavur, nemici di religione.
Nel 1909 salgono al potere, promettendo la “Nuova Turchia”, uguaglianza e fraternità a tutti i membri dell’impero ottomano, i “Giovani Turchi” del Comitato Unione e Progresso, che ben presto però si mostrano furenti nazionalisti panturchi e proseguono i massacri sistematici, già nell’aprile del 1909 stesso.
Con l’occasione della Prima Guerra mondiale ed il contestuale abbandono del suolo turco da parte degli ispettori europei, la dirigenza del Comitato Unione e Progresso incarica di disarmare tutta la popolazione: un buon pretesto per armare i curdi, i circassi e i ceceni fornendoli delle armi requisite agli armeni. Viene anche creata una struttura centrale, l’Organizzazione Speciale, che deve coordinare l’attuazione del massacro. 250.000 soldati armeni vengono indirizzati in “battaglioni di lavoro”. Nel novembre 1914 viene ufficialmente dichiarata la Guerra Santa. Il 24 aprile 1915 l’intera intellighenzia armena viene arrestata: “cominciano ad essere chiuse scuole, chiese, organizzazioni religiose e le persecuzioni colpiscono tutti. Il governo turco cerca immediatamente di «tagliare la testa pensante» agli armeni, quindi tutti gli artisti, scrittori, giornalisti, liberi pensatori vengono perseguiti e torturati” (T. Koguc, Breve storia del genocidio armeno, Quaderni del Cide). Nella sola notte del 24 aprile muoiono 600 persone: man mano poi spariscono il clero e la classe politica armena. Molti cristiani, come il vescovo Ignazio Maloyan, affrontano il martirio con sereno eroismo. 
A macchia di leopardo, in tutto il territorio turco, la popolazione esortata alla Jihad compie violenze fisiche e psichiche, stupri, massacri, torture, mutilazioni, umiliazioni, brigantaggio. Frattanto, i 250.000 soldati armeni smobilitati scavano le fosse comuni dove, un poco alla volta, vanno a ‘riposare’. Inizia la deportazione verso i deserti aridissimi della Siria e della Mesopotamia settentrionale. Verso la fine del 1915 gran parte degli armeni ha intrapreso il cammino forzato verso il deserto siriano di Der el Zor, punto di morte certa. Convogli di 1.000 – 3.000 persone, già depurati dei maschi al di sopra dei 15 anni che vengono passati immediatamente sotto l’arma bianca di assassini preposti ad hoc, si decimano lungo il cammino, da affrontare senza acqua né cibo. I pochi che arrivano sono cosparsi di carburante e bruciati vivi. Nel 1916, abbinando tecnica e Il governo turco autorizzò “Hamid Suat (padre della batteriologia turca) a condurre esperimenti sugli armeni per vedere la reazione del corpo umano contagiato da un virus, quale, ad esempio, il tifo”
La fine della guerra, la capitolazione ottomana ed il conseguente Trattato di Sèvres del 1920 accordano l’esistenza di uno Stato armeno. Le potenze dell’Intesa accusano la Turchia di aver compiuto crimini contro l’umanità e la civiltà. I Giovani Turchi decidono allora di legalizzare il “momentaneo trasferimento”, come viene chiamata la deportazione, accampando la scusa della sicurezza nazionale messa a repentaglio dai presunti insurrezionalisti armeni. Ora tutti i beni dei “trasferiti momentaneamente” vengono incamerati dallo Stato; ora è lecito compiere violenze inaudite contro donne e bambini. La marcia verso la città di Aleppo (dove avviene lo smistamento per il deserto) è incorniciata nel quadro dell’orrore: cadaveri abbandonati e messi l’uno sopra l’altro ai bordi della strada, uomini impiccati ai pali del telegrafo e agli alberi, bambini gettati in acque profonde che diventano bersagli per i tiri di fucile e pistole. Il “momentaneo trasferimento” è scandito dalla denutrizione più totale, dalla disidratazione, dall’ibernazione, dalle epidemie, dalle vessazioni dei predoni assunti dall’esecutivo turco. Vi è una sola speranza di salvarsi: convertirsi all’Islam.
Facendo una stima complessiva delle vittime del genocidio armeno, risultano scomparse 2.000.000 di persone
Ad oggi, il genocidio non è riconosciuto dal governo turco, che investe ingenti somme di denari per prezzolare storici di corte che neghino l’evidenza dei fatti. È vigente la legge del 1927 che vieta l’ingresso degli armeni in Turchia. Il Ministero dell’istruzione organizza seminari di indottrinamenti per professori e studenti. Il “momentaneo trasferimento” è spiegato in ragione della pericolosità degli armeni, accusati di essere agenti al soldo dei russi: sicché lo Stato turco si trova nell’inaccettabile condizione di dover continuamente minimizzare il numero imponente di morti, di accampare necessità di difesa dall’armeno destabilizzante, di scindere il massacro in singoli eccidi.
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