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By Filippo Brunelli


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IL LAGO DI CASTEL DELL'ALPI
 San Benedetto Val di Sambro San Benedetto Val di Sambro (BO)
Il Lago di Castel dell’Alpi si trova nel contesto dell’Appennino Tosco Emiliano all’interno del comune di San Benedetto Val di Sambro. Nel 1951 dal crinale nord-orientale del Monte di Cucchi si staccò una imponente frana che sconvolse un'ampia fascia di versante sino a raggiungere l'alveo del Savena e creando l’unico lago della provincia di Bologna formatosi naturalmente, ma che comportò la distruzione quasi completa dell’antico Borgo di Castel dell’Alpi di cui oggi rimangono solamente l’antica chiesa ed il campanile.
La forma dell’invaso è simile a un imbuto, dove la parte superiore è profonda poco più di 50 centimetri ed è sovrastata da due ponti, oltre il secondo dei quali il lago inizia ad allargarsi variando la sua profondità da tre metri e mezzo fino a tredici metri nella parte più centrale. Il lato dove si trovano i canneti e le legnaie proseguono fino ad un'ansa che è una delle zone di maggior interesse per i carpisti.
Il lago prosegue poi facendo una curva verso destra dove  sorgono numerosi alberi sommersi e profondi canneti che caratterizzano le sue sponde sempre meno accessibili.
Oggi il lago offre ai turisti piacevoli passeggiate nei boschi di castagni e querce che lo circondano e nel periodo estivo diventa una piacevole meta turistica, mentre la pesca è sempre abbondante: il lago è adatto a questo tipo di sport e vi si trovano carpe, tinche e lucci.

A soli 30 minuti da Bologna Castel dell’Alpi rappresenta un angolo meraviglioso di Appennino da non perdere; la camminata intorno al lago si può fare in circa 1h ed è adatta a tutti, anche ai bambini ed anziani:
lungo il percorso si trovano infatti panchine ed aree di sosta, mentre le salite, mai troppo impegnative, sono spesso aiutate da gradini. Nell'ultimo tratto del lungolago (quello vicino a via dei molini) c'è un capitello con una targa a ricordo del 50° anniversario della frana.
A VICENZA PER RISCOPRIRE ANDREA PALLADIO
Vicenza Vicenza (VI)
Il vero nome di Andrea Palladio è Andrea di Pietro della Gondola e nacque a Padova nel 1508 e fu l'architetto più importante della Repubblica Veneta e con il suo stile diede origine ad un intero stile architettonico il palladianesimo. La sua architettura, benché confinata quasi esclusivamente in Veneto divenne famosa in tutta Europa raggiungendo perfino gli Stati Uniti, come dimostra Rotonda dell'Università della Virginia progettata dal 3° presidente degli USA Thomas Jefferson.
Palladio visse principalmente a Vicenza, dove si formò ed in questa città veneta si può, camminando semplicemente tra le vie, assaporare l’armonia delle proporzioni delle sue opere ed il fascino che ha impresso nelle pietre degli edifici: la sua fama presso le istituzioni e le famiglie ricche della città era tale che sembrarono fare a gara per affidargli cantieri.

La Basilica Palladiana sorge nella piazza principale della città. Originariamente edificata da Domenico da Venezia in stile gotico a metà del 1500 venne ristrutturato da Andrea Palladio che aggiunse due ordini di loggiati sovrapposti in stile greco (Ionico e Dorico). 
Altri richiami all’antichità si trovano nell’elemento orizzontale sorretto dalle colonne (la trabeazione) che è rivestito con formelle con tre scanalature verticali (triglifi) alternati a formelle decorate (metope).
La basilica rappresenta il monumento simbolo di Vicenza e, a vederne le bianche colonne, le eleganti linee, gli straordinari chiaroscuri delle logge, non si può che non pensare alle parole si Goethe: ” Non è possibile descrivere l’impressione che fa la Basilica di Palladio”.
Il nome Basilica viene dato dal Palladio in omaggio alle strutture della Roma antica, quale luogo dove si discuteva di politica e si trattavano gli affari; in effetti l’edificio originale era il Palazzo della Ragione (in epoca comunale, l'edificio adibito allo svolgimento della pubblica amministrazione), e nel tempo sede delle magistrature pubbliche di Vicenza.

Sempre in piazza dei Signori è possibile ammirare la Loggia del Capitaniato.
Realizzata molti anni dopo la Basilica Palladiana, a questa si contrappone e non v’è più il ricorso all'equilibrato rigore classico dei gli anni precedenti ma, tramite le quattro gigantesche semi colonne di marmo che incorniciano le tre arcate, l’edificio ha il compito di rappresentare la potenza della Repubblica Veneziana: la Loggia era infatti destinato a residenza del capitano cittadino che rappresentava la massima autorità della Repubblica Serenissima a Vicenza.
Sulla trabeazione si può leggere:”JO. BAPTISTAE BERNARDO PRAEFECTO” a ricordo del capitano Bernardo che finanzio parte della costruzione e che ne fu il promotore; negli intercolumni (lo spazio compreso fra due colonne di un colonnato) laterali sono collocate due statue allegoriche che ricordano la grande vittoria di Lepanto alla quale il comune di Vicenza partecipò sia economicamente che tramite l’invio di milizia, mentre dall’altopiano di Asiago venne fatto arrivare il legname per le navi.

Il Teatro Olimpico è indubbiamente l’opera architettonica più iconica di Vicenza e rappresenta il vertice assoluto della creatività di Andrea Palladio che si ispirò dichiaratamente ai teatri romani. Tra le sue peculiarità ha anche quella di essere il teatro coperto più antico al mondo ed è l’ultima realizzazione del grande architetto rinascimentale che, purtroppo, non poté vederne la fine (morì nel 1580 lo stesso anno dell’inizio dei lavori e cinque anni prima della loro conclusione).
Entrare nel teatro e sedersi sui gradini disposti a semicerchio lascia senza fiato il visitatore: l’interno simula l’ambientazione all’aperto dei teatri classici e la particolare rappresentazione delle vie di Tebe che si intravede dai sette ingressi che si dipartono creano l’idea di profondità richiamando alla memoria i teatri aperti greci; questo richiamo agli spazi aperti è accentuato dai tredici gradoni semicircolari dove si accomoda lo spettatore, dove fanno bella vista una serie di colonne sovrastate da statue marmoree ed un cielo dipinto.
Al teatro vero e proprio si accede tramite due ampie sale realizzate da Vincenzo Scamozzi (che è anche autore delle vie di Tebe raffigurate e che portò a termine i lavori dopo la morte del Palladio), l'Odeo e Antiodeo, decorati con affreschi e con un fregio monocromo che riproduce gli allestimenti teatrali curati dall'Accademia Olimpica di Vicenza prima della costruzione del teatro e spettacoli che furono ospitati al suo interno dopo la sua realizzazione.
L'Accademia, fu un circolo culturale nato qualche decennio prima, che intorno al 1580 diede incarico ad Andrea Palladio di realizzare uno spazio per rappresentare le opere teatrali e le cerimonie. Nell’idea dei committenti progetto doveva ispirarsi al modello di teatro “classico” in base alla riscoperta avuta durante il rinascimento degli studi di Vitruvio, e nel contempo fungere da luogo autocelebrativo per l'aristocrazia Vicentina.

Sebbene la storia artistica di Vicenza è strettamente legata al genio creativo di Andrea Palladio la città è da vivere in ogni dettaglio attraverso strade e vicoli che racchiudono un piccolo grande gioiello architettonico in ogni suo angolo, tanto che dal 1994, grazie i contributi alla storia dell’arte dati dal Palladio e la perfetta integrazione tra architettura e urbanistica, la città veneta è entrata nella “world heritage list” dell’UNESCO. 
Per chi ama le escursioni enogastronomiche non mancano le occasioni per assaporare la tipica cucina veneta, povera ma ricca di sapori come il baccalà alla vicentina, il formaggio Asiago, o “bruscadoli” tipici asparagi dei Colli Berici.

IL CASTELLO DI MIRAMARE
Trieste Trieste (TS)
Il castello di Miramare fu fatto edificare da Ferdinando Massimiliano d'Asburgo su di un promontorio a strapiombo sul mare, nei pressi della baia di Grignano, quando divenne Imperatore e dove visse con la moglie Carlotta prima di essere assassinato in Messico dopo che si ritirò dagli incarichi politici, visto che era considerato dal fratello Francesco Giuseppe un sovrano troppo moderno ed estraneo ai piani dell’impero austriaco.
Lo stesso Carducci che ebbe modo di visitare la città di Trieste nel luglio 1878 scrisse il componimento “Miramar”, pubblicato nel Libro I delle Odi Barbare e che fu ispirato proprio da questo bellissimo castello. 

Massimiliano, era affascinato dalla marina e dal mare e questa sua passione si trova nelle sue stanze personali del castello: la camera da letto privata risulta piccola e razionale come la cabina di una delle sue navi o nella IV sala, detta Saletta Novara che era lo studio dell'Arciduca e che è la perfetta riproduzione del quadrato di poppa della fregata "Novara". Queste due stanze rappresentano però l’eccezione delle stanze in quanto l’arredamento nel resto del castello ha la raffinatezza dei mobili europei più belli delle nazioni all’ora considerate “civili” e non mancano elaborati lampadari e sontuose stanze, nonché una nutrita biblioteca.
Il fatto che l’arciduca avesse seguito personalmente la progettazione del castello si nota nel rapporto che quest’edificio ha con il mare antistante nel quale si immerge lentamente tramite scenografica sequenza di scale e balaustre, mentre all’interno del castello le stanze hanno enormi finestre si affacciano sul Golfo di Trieste.

Il parco del castello è un rigoglioso giardino di circa 22 ettari che circonda il castello. Fino alla metà del XIX secolo sul promontorio di Grignano era paesaggio tipico della flora carsica; quando il granduca decise di costruirvi un castello ed un parco la sua intenzione fu quella di riuscire a coniugare i principi dei giardini nordici con la ricchezza botanica mediterranea, ispirandosi ai criteri compositivi del giardino romantico ottocentesco. Si inizio così l’acquisto di lotti di terreno, affidando rispettivamente, la realizzazione del piano architettonico e quello del parco all’architetto Carl Junker ed al giardiniere Wilhelm Knechtel.
Nel parco vennero realizzati numerosi padiglioni: il Castelletto (Garten Haus) dove l’arciduca
Massimiano visse in attesa della costruzione del castello, la Kaffeehaus, lo Chalet svizzero, e molti altri edifici come la Radonetz, casa Gerlanz o la casa Jelinek, le scuderie, il portale principale di accesso con annessa portineria sulla carrozzabile verso la città, diverse voliere e gazebo.

Sicuramente chi si trovasse a Trieste e volesse rivivere lo spirito romantico della fine ‘800 deve visitare il castello di Miramare, una bianca perla che si affaccia sul mare ed il suo parco, lo sfondo perfetto per la storia d’amore di Massimiliano e Carlotta che purtroppo non poterono viverlo

SENTIERO NELLA ROCCIA PER SAN ROMEDIO
Sanzeno Sanzeno (TN)
Se si passa per la Val di Non l’antico e pittoresco paesino di Sanzeno merita sicuramente una visita. Se poi si ha voglia di farsi una piccola camminata dal suo centro si dipana un sentiero che attraverso valli, boschi, meleti porta all’antico santuario di San Romedio.
Per chi, come chi scrive, ha avuto la possibilità di fare il percorso durante l’autunno può facilmente avere la sorpresa di trovarsi a camminare attraverso meleti i cui frutti colorati vanno dal rosso al giallo passando per il verde chiaro. Appena usciti dai meleti si incontra un bosco che ci accompagnerà per quasi tutto il percorso che viene interrotto solamente quando incontra lo sperone di roccia attraverso il quale è stato scavato un percorso che sale lungo la montagna in maniera gradevole e per nulla impegnativa.
Sicuramente questo punto del percorso è quello più affascinante offrendo un panorama mozzafiato perpendicolare alla strada ed ai boschi sottostanti o alla vallata che ci lasciamo alle spalle.
Dopo circa un’ora di passeggiata (sono circa 5Km tra andata e ritorno) si raggiungono le pendici della roccia, alta circa 90 metri, sulla quale sorge il Santuario di San Romedio, uno dei più caratteristici eremi presenti in Europa.
Secondo la leggenda fu qui che San Romedio visse come eremita in compagnia solo di un orso ed è per questo che in un’area faunistica adiacente l’ingresso è ospitato un orso trentino di nome Bruno che vive in semilibertà ed è diventato la mascotte del luogo.
È dal 1958, quando il senatore conte Gian Giacomo Gallarati Scotti, membro d’onore del comitato di fondazione del WWF in Italia, comprò Charlie, un orso destinato a morire perché la sua pelle fosse venduta, e lo donò al santuario di San Romedio che l'area faunistica del santuario di San Romedio ha iniziato a dare asilo ad esemplari di orso altrimenti destinati ad una sorte più triste. Il senatore Gallarati Scotti ricordò la leggenda del santo che, ormai vecchio, si sarebbe incamminato verso la città deciso ad incontrare il Vescovo di Trento Vigilio. Lungo il percorso il suo cavallo sarebbe stato sbranato da un orso, Romedio tuttavia non si diede per vinto e avvicinatosi alla bestia sarebbe riuscito miracolosamente a renderla mansueta e a cavalcarla fino a Trento. Quando al ritorno da Trento Romedio scelse di dedicare la sua vita all'eremitaggio, l'orso divenne il suo unico compagno fino alla morte.

Il Santuario di San Romedio è formato da cinque piccole chiesette sovrapposte costruite fra il 1000 ed il 1918, tutte edificate su uno sperone di roccia e unite tra loro da una lunga scalinata di 131 gradini.
La chiesa Antica, la prima costruita e che conserva in urne le reliquie del Santo si trova all’entrata, del complesso, segue la chiesa maggiore di S. Romedio eretta nel 1536, la chiesetta di S. Michele che è databile intorno al 1514, la chiesetta di S. Giorgio del 1489 per finire con la chiesetta dell'Addolorata, costruita in ringraziamento per la pace dopo la guerra del 1915-18.
All’interno della chiesa sono conservati moltissimi ex voto, alcuni dei quali (i più antichi sono del del XV, XVI e XVII secolo) sono vere e proprie opere d’arte, ma, d’altronde, tutte le chiese antiche che compongono il santuario sono piene di affreschi che meritano di essere ammirati.
Al ritorno il visitatore può scegliere di fare la strada normale asfaltata più corta oppure ripercorrere il sentiero e ammirare la bellezza delle vedute da un’angolazione diversa
LA CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA 2019
Matera Matera (MT)
Matera è una città che è rimasta immutata nei tempi e visitare la città è come entrare in un presepe tanto che nel 2004 Mel Gibson decise di girare qua il suo film “The Passion of Christ”; ma quello di Gibson non è ne il primo ne l’ultimo dei film girati in questa città. Negli anni altri famosi registi hanno ambientato i loro capolavori in questa città tra questi ricordiamo “La Lupa” del 1956 di Lattuada, “Anni ruggenti” di Luigi Zampa del 1962, “Il vangelo secondo Matteo” di Pasolini del ’64, “Cristo si è fermato a Eboli” di Rosi nel  1979, “L’uomo delle stelle” di Tornatore (1995), il remake di “Ben Hur” del 2015, per finire nel 2019 con “No Time to Die” l’ultimo film della saga di 007.
Questa luna lista di film severe solo per dare un’idea di come sia speciale la città dei sassi dove, fino agli anni ’50, la maggior parte della popolazione viveva ancora nelle case grotte come ai tempi dei primi insediamenti. 

Matera è una città nata nel tufo, che i geologi chiamano calcarenite, un materiale friabile e adattabile che i maestri artigiani del luogo hanno imparato a lavorare con grande maestria e, mentre scavavano per estrarre il tufo, alla gente del luogo sembrò normale crearsi l’abitazione all’interno di quelle rocce. Piano piano il numero delle abitazioni è cresciuto e nella stesa roccia vennero scavate viuzze, chiese, piazze creando la struttura urbana della città che conosciamo oggi e che diede il soprannome a Matera di città dei Sassi.

Negli anni ’50, per proteggere gli abitanti dalle malattie dovute alla scarsa igiene nella quale vivevano il governo italiano creò la città nuova dove vennero fatti spostare gli abitanti dei sassi: dopo la Seconda Guerra Mondiale, con la denuncia di Carlo Levi, Matera fu presa a modello di quello che era l’arretratezza e la povertà dell’Italia meridionale. I Sassi erano un groviglio di case sovraffollate, sporche, in cui mancano le più elementari condizioni sanitarie per vivere degnamente, a partire dalla mancanza di fogna e di acqua corrente, tanto che la mortalità infantile era una delle più alte in Italia (su 1000 bambini nati 463 nascevano morti, contro la media nazionale ferma a 112).
Per volere di Adriano Olivetti (all’epoca presidente dell’Istituto Nazionale dell’Urbanistica) nacque la “Commissione per lo studio della città e dell’agro di Matera”, con lo scopo di avviare un’indagine per conoscere a fondo le condizioni di vita degli abitanti dei Sassi e successivamente proporre soluzioni per trasferirli in quartieri nuovi. Nel maggio 1952 lo Stato Italiano, con l’allora presidente del consiglio Alcide De Gasperi e con il ministro Colombo, tramite la “Legge Speciale per lo sfollamento dei Sassi” impose a circa diciassettemila persone, di abbandonare le proprie case per trasferirsi nei nuovi rioni.
I Sassi divennero così una città fantasma e gli ex abitanti ottennero case nuove pagando canoni di affitto irrisori in cambio della cessione delle loro vecchie dimore al demanio. Il degrado e l’abbandono si impossessarono delle grotte e delle chiese rupestri, mentre la città si espandeva nei quartieri nuovi secondo il Piano Regolatore.
Nel 1986, grazie alla Legge Speciale n. 771, si autorizzò i cittadini a tornare nei vecchi rioni in tufo per farli rivivere, invertendo quello che era stato il flusso forzato verso i nuovi quartieri; questo periodo rappresenta l’inizio di una nuova alba per i Sassi e per la città trasformando quello che era chiamato la “Vergogna nazionale” in uno dei centri storico culturali più importanti ed unici del mondo.
Bisogna però aspettare il 9 dicembre del 1993 affinché l’UNESCO dichiarasse i Sassi “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”, facendone il sesto sito italiano ad entrare a far parte di questo speciale elenco, ed il primo dell’Italia meridionale.
Negli anni seguenti la città è cresciuta e con essa anche il turismo vedendo la nascita di numerosi ristoranti, hotel e b&b.

Tra i luoghi da visitare nella città dei sassi sicuramente non bisogna perdere il “Palombaro lungo”, la grande cisterna che si trova sotto la centrale piazza Vittorio e che venne utilizzata fino ai primi anni del ‘900 per la raccolta dell’acqua potabile. Per visitare questo luogo esiste un suggestivo percorso, la cui visita deve essere prenotata, che permette di osservare questa incredibile cisterna scavata nella roccia che è una tra le più grandi al mondo.
Per chi visita Matera, poi, imperdibile è la visita a una delle tante casa-grotta scavate nella roccia che sono state oggi recuperate e trasformate in musei dove è stato ricostruito il tipico ambiente nel quale vivevano i materani fino alla metà del secolo scorso; così come imperdibile risulta la visita alle chiese rupestri.

Da un punto di vista enogastronomico Matera è una città dalla tradizione culinaria molto antica basata sulla semplicità dei piatti che fanno largo uso di portate a base di formaggi, legumi, carni e verdure, il tipico Pane di Matera nonché i rinomati peperoni cruschi che consigliamo vivamente di mangiare sulle bruschette; oltre che sul pane questi peperoni, dolci e croccanti, sono usati anche per condire i piatti di pasta fresca come i cavatelli, la tipica pasta preparata con farina di grano duro, acqua e sale e poi tagliata a pezzetti.
Questi piatti tipici vanno accompagnati con uno dei vini DOC del luogo come il Matera Rosso, oppure un "Matera" Primitivo od il "Matera" Rosso Jonico; se si preferiscono i vini bianchi, invece, segnaliamo il "Matera" Greco ed il "Matera" Bianco.

Matera, come Venezia, è una città unica nel suo genere che merita di essere visitata almeno una volta nella propria vita.
LORETO: TRA FEDE E SPIRITUALITÀ
Loreto Loreto (AN)
Loreto è un comune anconetano che sorge sulla sommità di una modesta altura e circondata da un'ampia campagna.
La principale attrazione è il Santuario della Santa Casa di Loreto intorno al quale tutta la città si è sviluppata.
Secondo la tradizione il santuario ospita la celebre reliquia della Santa Casa di Nazaret, ovvero la casa dove la Vergine Maria nacque, visse e ricevette l'annuncio della nascita miracolosa di Gesù: sempre secondo la tradizione, quando i crociati furono espulsi definitivamente dalla Palestina, le pareti in muratura della casa della Madonna furono trasportate "per ministero angelico", prima Illiria in e poi nel territorio di Loreto. La tradizione racconta che “più di settecento anni fa la gente del luogo, ancora immersa nel sonno, venne destata da una luce immensa ed improvvisa che dal cielo illuminava il paesaggio sottostante: tutti uscirono dalle case per ammirare lo straordinario avvenimento, senza però poter capire la fonte di quella luminosità, che sembrava essersi stabilita ne pressi di Recanati, in mezzo ad un bosco infestato dai briganti. Allorché il sole sorse dal mare, l’arcano fu svelato: una casetta, tenuta sospesa da bellissimi angeli, si librava nell’aria fino a posarsi su un colle coperto da un bosco di lauri. A tutte le persone accorse sul posto apparve la casa di Nazareth, quella che Gesù aveva abitato per trent’anni; tutt’intorno era ancora profumo di fiori e si diffondeva un canto melodioso e celestiale.

La piazza che dà accesso alla basilica è sicuramente una delle più belle delle Marche. Al centro della piazza si staglia la mirabile Fontana Maggiore, capolavoro barocco di Carlo Maderno e Giovanni Fontana, mentre sul lato sinistro del sagrato si scorge il monumento a Papa Sisto V.
La città, che circondata da una cinta muraria eretta a partire dal XIV secolo come difesa dalle incursioni turche, racchiude un piccolo borgo molto suggestivo pieno di negozi e locali.
La città di Loreto è anche profondamente legata all'aeronautica militare tanto che attualmente è sede della Scuola Lingue Estere Aeronautica Militare e all'entrata della città si vede un MB339 PAN esposto.

Nel settembre del 1995 Loreto ospitò “Eurhope” (Europe + hope) un grande incontro europeo dei giovani con il Papa Giovanni Paolo II che, davanti a più di 400.000 persone, disse: “Ecco la vostra Casa, la Casa di Cristo e di Maria, la Casa di Dio e dell’uomo!"

"La Santa Casa di Loreto è il primo Santuario di portata internazionale dedicato alla Vergine e vero cuore mariano della cristianità" (Giovanni Paolo lI).
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