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Casus Belli

3/5/2017

Apple e FBI sono ai ferri corti: da una parte l’azienda di Cupertino si rifiuta di “creare” un backdoor  per accedere ai dati contenuti  nel IPhone del terrorista Syed Farook responsabile della strage di San Bernardino, dall’altra l’agenzia governativa che con la pretesa di dover garantire la sicurezza dello stato vuole avere accesso a quei dati.

Certo, dopo le accuse di  Jonathan Zdziarski (autore del jailbreak per I/os)  che sospettava Apple di inserire dei  backdoor per “spiare” i dati personali degli utenti l’azienda guidata da Tim Cook deve fare tutto per assicurare gli utenti che i suoi dispositivi sono sicuri.
Visto da questa angolazione le scelte di non cooperare della Apple potrebbero apparire come una mossa  commerciale -“ I nostri dispositivi sono i più sicuri!”-,  e molte aziende dell’ IT si sono schierate con l’azienda di Copertino; l’unica voce fuori dal coro sembra essere quella di Bill Gates  che prende le parti dell’ FBI, mentre la sua azienda  ( la Microsoft) si schiera apertamente con Apple.
In realtà è stato il tentativo di forzare l'accesso all'iPhone 5C di Syed Farook a chiudere per sempre ogni accesso alle preziose informazioni che ora l'Fbi vorrebbe ottenere con l'aiuto di Apple. 
Sembra quasi che l’FBI abbia creato questo caso ad oc per poter chiedere degli strumenti  (sia legali sia informatici) per avere l’accesso ai dati personali dei cittadini americani.

Nel 2010, quando gli Emirati Arabi Uniti e molti altri paesi avevano manifestato l’idea di mettere al bando alcuni servizi di telefonia associati agli smartphone Blackberry , l’allora segretario di stato Hillary Clinton, in rappresentanza del governo degli Stati Uniti,  si era prodigata in favore della libertà degli utenti sull’utilizzo dei servizi che ne garantivano la privacy.

A questo punto ci si potrebbe chiedere:  spetta alle aziende o agli stati proteggere la nostra privacy?  Fino a che punto la nostra privacy va tutelata in rapporto alla sicurezza nazionale? Se la stessa richiesta fosse giunta da un paese come la Cina cosa avrebbe fatto Apple?
Certo con i se non si fa la storia ma queste domande, direi sono più che legittime.

Alle prime due domande la risposta, dettata dal buon senso, è molto semplice:  gli stati dovrebbero tutelare la privacy dei cittadini con delle leggi, le aziende dovrebbero applicare queste leggi, che dovrebbero però sempre essere al servizio dello stato che rappresenta tutti noi.
 
Per l’ultima domanda la risposta si fa più interessante.
Iniziamo col dire che secondo gli analisti, nell'ultimo trimestre dell'anno 2015  ci sarebbero 2 milioni di pezzi di differenza tra le vendite di Iphone in Cina e quelle negli Stati Uniti: la Cina ha pesato per il 36% delle consegne di iPhone, contro il 24% accreditato agli Stati Uniti.
Questo risultato è stato ottenuto da Apple anche grazie all’aver assecondato alcune richieste del Governo di Pechino, per esempio usando data center con sede in Cina e incorporando uno standard cinese sul WiFi. Tutto questo ha sollevato forti critiche ed Apple che è stata accusata di chiudere un occhio sulle ingerenze del Governo nella privacy degli utenti per salvaguardare i propri interessi in quel paese.
Non è errato pensare quindi che se la stessa richiesta fosse stata fatta dal governo Cinese Apple avrebbe potuto accettare un simile accordo ( magari senza farne tanta pubblicità). 
Infondo qualcosa di simile accade già: dal 2014 la società di Cupertino ha infatti iniziato a memorizzare i dati dei propri utenti cinesi sul data center di China Telecom (una società di telecomunicazioni cinese a gestione statale), che è diventato l'unico fornitore in Cina di servizi cloud per la Apple. 
La stessa Apple sostiene che i dati degli utenti sono criptati, ma gli esperti facnno notare che China Telecom ha l’accesso a tutti i dati che passano sui server e quindi ha la possibilità di decifrare i dati sul proprio sistema.
Per finire nel gennaio 2015 Tim Cook  ha incontrato Lu Wei, direttore dell'Ufficio Informazioni di Internet della Cina, ente preposto della censura della rete cinese. 
Stando a quanto si dice, Cook avrebbe espresso alla controparte cinese il suo reciso rifiuto a fornire una backdoor a terze parti o un accesso alle informazioni. Ma la replica secca di Wu non si sarebbe fatta attendere: «quello che dici non ha alcun valore. I vostri nuovi prodotti devono essere sottoposti alle nostre ispezioni di sicurezza. Dobbiamo validare i vostri prodotti, in modo che gli utenti possano sentirsi sicuri nell'utilizzo di questi prodotti». 
In realtà non è chiaro cosa sia effettivamente successo. Ma, come riporta il Los Angeles Times, le autorità cinesi hanno comunicato nel gennaio 2015 che Apple è diventata la prima azienda straniera ad accettare le regole del Cyberspace Administration of China, l'organo centrale preposto alla censura in Cina.

Da queste piccole riflessioni possiamo capire che la mossa di Apple sia principalmente propagandistica nei confronti dei suoi prodotti mentre, in realtà, non ha alcun interesse a tutelare la privacy.
Dall’altro lato vediamo che i governi democratici si trovano sempre più in difficoltà con le nuove tecnologie a tutelare la sicurezza  dello stato e nel contempo a rispettare i diritti dei propri cittadini,  a differenza di governi totalitari o repressivi.


Casus Belli

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