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By Filippo Brunelli


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  ► Ricette

Spaghetti burrata pomodorini basilico
Spaghetti-burrata-pomodorini-basilico Ricetta per 2 persone

Arriva l’estate e quest’anno (2021) gli Europei di Calcio, quale miglior occasione per una pasta dai colori della bandiera nazionale?
Il verde del basilico, il bianco della burrata ed il rosso dei pomodorini si mescolano in un piatto semplice, veloce e saporito.
Per Preparare la crema mettere la burrata nel mixer con sale, pepe, e olio quindi mixare il tutto.

In una padella far soffriggere i pomodorini con l’alio, quindi riporli da parte lasciando la padella al scaldare con un po’ di acqua di cottura.

Cuocere gli spaghetti.
Quando la pasta sarà cotta trasferirla nella padella calda e mantecarla con metà della crema di burrata, quindi aggiungere i pomodorini (lasciarne alcuni per guarnire la pasta dopo)
Spostare gli spaghetti nei piatti e ricoprire con la crema rimasta le porzioni, infine aggiungere le foglie di basilico e i pomodorini da decorazione.



Mangiare il piatto mentre è caldo.

Noodles con verdure e capesante
Noodles-con-verdure-e-capesante
Preparare i noodles per tempo.
In un contenitore mettere la farina, il sale,  l’acqua e  mescolare bene il tutto  e lavorare la pasta per almeno 10 minuti fino ad ottenere una pagnotta omogenea. Avvolgerla nella pellicola e lasciar riposare per 30 minuti.
Trascorso questo tempo togliere la pasta dalla pellicola, lavorarla per altri 10 minuti e creare un disco dell’altezza di circa 5 mm, spennellarlo bene con olio di oliva su tutti i lati e riporlo nuovamente a riposare per almeno 2 ore avvolto ancora nella pellicola.
Quando la pasta avrà finito di riposare dovrà risultare elastica e compatta; per ottenere i noodels, dopo aver tolto la pasta dalla carta che l’avvolge, si dovranno tagliare delle striscioline che andranno lavorate con le mani facendo scorrere la striscia di pasta tra il palmo delle mani ed il piano d’appoggio in modo da ottenere dei noodles dello spessore di 3 o 4 mm.
Scaldiamo una pentola d’acqua con il sale e un filo d’olio.
A questo punto possiamo preparare il condimento dei nostri noodles: tritiamo la cipolla finisima e tagliamo sia la zucchina che la carota a la julienne. Le cappesante, invece, andranno tagliate a rondelle.
Saliamo e pepiamo le cappesante, quindi in un Wok mettiamo un filo d’olio e facciamolo scaldare, aggiungiamo poi le cappesante, rigiriamole e sfumiamole con il brandy ed il vino. Dopo qualche minuto rimuoverle dalla padella conservando un po' del liquido di cottura e gettando il rimanente.
Nella stessa padella mettere a soffriggere la cipolla con un filo d‘olio, quindi aggiungere le carote. Cuocere per qualche minuto ed aggiungere le zucchine. Saltare le verdure per un paio di minuti, in modo che rimangano croccanti il più possibile, per finire aggiungere le cappesante. Infine sfumare con 1 cucchiaio di salsa di soia.
Quando l’acqua bolle immergere i noodels e cuocerli per almeno 4-5 minuti (in base allo spessore dei nooodles, potrebbero volerci anche 8-10 minuti!).
Quando sono pronti scolarli e metterli nel wok con le verdure e le cappesante.
Servire
Barchette di cipolla rossa in salsa d’arancia.
Barchette-di-cipolla-rossa-in-salsa-d-arancia-

Per prima cosa, Dopo averle pulite cuocere le code di gambero in abbondante acqua salata, quindi scolarle e farle raffreddare.

Preparare le barchette in anticipo.
Pulire le cipolle e poi tagliarle a metà nel verso della lunghezza, separando i singoli strati, evitando di romperli, e eliminare la pellicina bianca trasparente che li separa in modo da ottenere dei gusci (mantenere solo i più grandi).
In un pentolino mettere l'acqua, l'aceto, lo zucchero, il sale e scaldare il tutto fino a quando non raggiunge un leggero bollore, quindi immergervi i gusci di cipolla, facendoli cuocere per non più di tre minuti, in modo che rimangano croccanti e non diventino morbidi. Trascorso il tempo, scolare le cipolle usando un mestolo bucato e farle asciugare, se possibile, in un luogo arieggiato per qualche ora, in modo che tutta la loro umidità possa evaporare.

Preparare la salsa d'arancia.
Per prima cosa spremere il limone, l'arancia e grattugiare un po' di scorza di quest'ultima. Assicurarsi che le uova siano a temperatura ambiente e metterle nel contenitore del mixer stando attenti a non rompere il tuorlo. Mettere poi l'olio, 1 cucchiaino d'aceto, il succo di limone e d'arancia ed il sale (è molto importante rispettare quest'ordine).
Immergere completamente il minipimer nel contenitore con gli ingredienti fino a toccare il fondo, quindi azionare alla massima velocità e restare immobili finché il composto diventa chiaro ed inizia ad addensarsi; a questo punto cominciare a sollevare e abbassare il minipimer fino a che l'emulsione sarà montata e si sarà addensata. Metterla a riposare in frigorifero per almeno un paio d'ore.

Comporre il piatto
Disporre le "barchette" di cipolla sul piatto e riempirle con l'emulsione all'arancio, quindi disporre 1 coda di gambero dentro ogni cipolla e servire.
Si può arricchire il piatto con una qualche goccia di aceto balsamico.

  ► Magazine

Apple guarda al Futuro ripercorrendo il suo passato
Apple guarda al Futuro ripercorrendo il suo passato

Quest’estate l’azienda di Cupertino ha annunciato che passerà dai processori Intel a processori ARM e che quindi passerà dalla tecnologia CISC a quella RISC. A novembre 2020 Apple ha poi presentato M1, il primo processore ARM di Apple per MacBook Air, MacBook Pro e Mac Mini. Ma cosa implica tutto questo?

La sigla CISC sta per “Complex Instruction Set Computer” (computer con istruzioni complesse), mentre RISC per “Reduced Instruction Set Computer” ( computer con numero di istruzioni ridotto) e rappresentano due modi diversi di affrontare uno stesso problema.
Supponiamo di voler trovare il prodotto di due numeri: uno memorizzato nella posizione 2:3 e un altro nella posizione 5:2 della memoria e di voler poi scrivere il risultato nuovamente nella posizione 2:3.
In un processore CISC vi è un’istruzione apposita (che a titolo esemplificativo chiameremo MOLTIPLICA) che permette di effettuare l’operazione; quando viene eseguita, questa istruzione carica i due valori in registri separati, moltiplica gli operandi nell'unità di esecuzione e quindi memorizza il prodotto nel registro appropriato (MOLTIPLICA 2:3, 5:2). MOLTIPLICA è quindi la nostra funzione complessa che agisce direttamente sui banchi di memoria del computer e non obbliga chi scrive il programma a chiamare esplicitamente alcuna funzione di caricamento o memorizzazione dei dati nei registri o nella memoria. Poiché la lunghezza del codice è molto breve questo ha come principale conseguenza che viene utilizzata pochissima RAM per memorizzare le istruzioni.
In un processore RISC, invece, vengono utilizzate solo semplici istruzioni che possono essere eseguite all'interno di un ciclo di clock. La stessa operazione di moltiplicazione che in un processore CISC veniva eseguita in un unico comando, viene suddivisa in quattro differenti operazioni che possono essere, ad esempio CARICO nel registro A il valore della cella di memoria 2:3, CARICO nel registro B il valore della cella di memoria 5:2, MOLTIPLICO A e B, SCRIVO il risultato in 2:3 e che vengono eseguite ognuna in un differente ciclo di Clock.
Anche se il sistema RISC sembra più macchinoso porta anche alcuni vantaggi molto importanti: queste "istruzioni ridotte" richiedono meno transistor di spazio hardware rispetto alle istruzioni complesse, lasciando più spazio per i registri di uso generale e di conseguenza hanno meno bisogno di energia e producono meno calore. Poiché tutte le istruzioni vengono eseguite in un periodo di tempo uniforme (CLOCK), è possibile il pipelining (una tecnica che consiste nel suddividere il lavoro svolto da un processore in passi, che richiedono una frazione del tempo necessario all’esecuzione dell’intera istruzione) il che rende le operazioni eseguite su processori RISC veloci quanto quelle su processori CISC.
Il fatto che poi i processori RISC utilizzino meno energia per eseguire le operazioni e scaldino di conseguenza meno li ha resi i processori ideali per i computer portatili e per i dispositivi mobili.
Ad onor del vero è da segnalare che negli ultimi anni nei processori CISC sono state introdotte alcune funzioni tipiche dei processori RISC e AMD (maggior produttore i processori RISC per computer desktop e notebook) così che nei sistemi desktop e server le differenze non sono più così marcate.
I processori CISC, che sono utilizzati principalmente sui computer e sui server, sono prodotti da una sola azienda, l’Intel, ed utilizzano un proprio set di istruzioni X86 (a 32 bit) e X86-64 (a 64 bit), mentre i processori che fanno uso di della tecnologia RISC sono utilizzati principalmente sui dispositivi mobili quali smartphone o tablet, e si basano su architettura ARM e sono prodotti da diverse aziende. ARM, è un’azienda fondata a Cambridge nel 1990 nata da una collaborazione tra Apple e Acorn Computers che non produce direttamente i suoi processori e, nella maggior parte dei casi, non li progetta, ma concede in licenza la proprietà intellettuale che serve ad altre aziende come Samsung, Qualcomm, Apple, eccetera per progettare e costruire microchip con la sua architettura.
La differenza tra RISC e CISC meriterebbe da sola una trattazione a parte e non essendo lo scopo di questo articolo possiamo fermarci qua una volta chiarite le principali differenze.
Abbiamo detto che Apple quest’estate ha annunciato che passerà a produrre computer non più con processori Intel ma con ARM che produrrà lei stessa, ma non è la prima volta che l’azienda di Cupertino fa un cambiamento così radicale: a parte i computer basati sul leggendario MOS 6502 che utilizzava un set di istruzioni proprio, i primi processori importanti utilizzati da Apple appartenevano alla famiglia del Motorola 68000, che andavano a caratterizzare la famiglia di Macintosh dal 1984 (chi si ricorda il famoso spot ispirato a Orwell?) e che erano bassati su tecnologia CISC. Nel 1994 Apple decide di utilizzare i processori IBM Power PC, che utilizzano la tecnologia RISC ed un set di istruzioni proprietarie e questa sinergia tra Apple e IBM proseguì fino al 2006 quando con l’introduzione sul mercato del iMac oltre che presentare un look nuovo ai suoi prodotti l’azienda di Cupertino inizia ad utilizzare i processori CISC di Intel.
Vista la differenza di programmazione utilizzata a livello macchina tra processori CISC e RISC il passaggio tra PowerPc e iMac non fu completamente indolore e nel sistema operativo Mac Os 10 che accompagnava le nuove macchine venne inserito un emulatore che permetteva di utilizzare i software precedenti.
Il problema del software disponibile infatti, oggi giorno, è uno dei fattori determinanti per il buon successo di un computer o di un sistema operativo come nel caso dell’azienda canadese BlackBerry o del sistema operativo per dispositivi mobili Windows Phone.
Per ovviare a questo, anche questa volta, Apple ha predisposto una sorta di macchina virtuale chiamata Rosetta2 che permetterà di far funzionare i software precedentemente sviluppati, mentre per i programmatori mette a disposizione un kit di sviluppo che consiste in un Mac mini speciale, dotato dello stesso processore A12Z degli ultimi iPad e 16GB di RAM.
Tuttavia è da sottolineare che l’utilizzo di Rosetta2 è solamente una “pezza virtuale” in quanto non permetterà mai di sfruttare al massimo le caratteristiche del nuovo processore di Apple anzi, molto probabilmente, i software che gireranno tramite Rosetta2 saranno meno performanti che non se lavorassero su di un vecchio computer. Rimane poi il problema di tutti quei software specifici che non hanno un grande mercato e che non conviene convertire.
La transizione, secondo Apple, per i suoi prodotti da processori Intel a processori ARM durerà circa due anni e nel frattempo Intel (per la quale Apple rappresenta il 10% del mercato) ha assicurato di continuare a fornire i suoi prodotti; ma questo lasso di tempo indica probabilmente il periodo che passerà tra il lancio del primo Mac con processore ARM e il pensionamento commerciale dell’ultimo Mac ancora dotato di processore Intel, mentre la sua transizione completa che si concluderà con la dichiarazione di obsolescenza dell’ultimo Mac Intel disponibile si prevede possa durare fino al 2030.
Ma cosa spinge Apple a voler fare un passaggio così radicale?
I motivi sono molti. Per prima cosa è interessante osservare che mentre i dispositivi mobili apple come Ipad o Iphone utilizzano processori ARM i suoi computer utilizzano invece processori Intel; come abbiamo visto all’inizio non vi è compatibilità tra software creati per un Iphone ad esempio e un iMac. Utilizzare un unico processore per tutti i dispositivi permetterà di creare una ecosistema virtuale dove un’utente Apple avrà la stessa applicazione sia sul telefono che sul computer con gli stessi dati e lo stesso utilizzo.
Per gli sviluppatori di software sarà possibile sviluppare un’ App che funzionerà sia su smartphone che su computer senza dover apportare alcuna modifica.
Ma le migliorie non si fermano qua, i processori ARM di Apple avranno delle customizzazioni specifiche che ne migliorano sensibilmente le performace e poter scrivere un software specifico per un sistema che integra sia l’hardware che il software a livello così profondo non è certo da trascurare.
Un altro motivo che ha portato l’azienda di Cupertino a passare a processori che lei stessa sviluppa è quella di affrancarsi da Intel e potrà così riprendere il totale controllo dei piani di sviluppo e aggiornamento dei suoi computer, mentre l’aver sviluppato un proprio processore ha permesso a Apple di integrare in un unico chip di 5nm (come nel caso del M1) 16 miliardi di transistor che comprendono: una CPU a 8 core, motore neurale (leggi I.A.) a 16 core, GPU a 8 core, controller I/O, controller Thunderbolt e USB, nonché la memoria RAM. Per finire l’utilizzo della tecnologia RISC abbiamo visto necessita meno energia e porta quindi a poter creare computer che consumano molto meno e che non necessitano di grandi dissipatori o ventole di raffreddamento.

Ma alla fine Apple ha veramente sviluppato un nuovo processore per personal computer che surclasserà tutti i precedenti?
La risposta non è facile. In realtà quello che ha fatto Apple è di sviluppare un processore che a parità di consumi è più performante e veloce di processori per PC esistenti. Se noi prendessimo, ad esempio, un processore Intel I7 di nona generazione a 8 Core e 16 Thread (processi che vengono eseguiti contemporaneamente) ma che arriva a picchi di 235 - 255 Watt e lo abbiniamo ad una buona scheda madre e video, questo non ha nulla da invidiare alle performance di un computer basato su di un unico processore M1; la vera novità sta nel fatto che Apple ha integrato le stesse caratteristiche in un unico processore di minor consumo.
Sembra di tornare un po’ agli albori dei PC, quando ogni computer aveva un suo processore specifico (o famiglia di processori) e un suo hardware specifico che si programmava e permetteva di sfruttare al massimo ogni singolo Hz del clock e bit di memoria.

Conviene quindi comprare il nuovo Mac con processore ARM?
La risposta non è anche qua facile. Certo per un amante dei prodotti Apple il lancio di un nuovo computer è come il lancio di un nuovo Iphone o Ipad e, indipendentemente dal fatto che serva o meno, lo si compra. Diverso per chi lo utilizza per lavoro. Fino a che non vi sarà un parco software appositamente scritto per queste macchine non conviene, anzi meglio tenersi il proprio vecchio computer e aspettare nel caso si voglia acquistare un Apple.
Per chi invece è appassionato di Gaming non è certo uno degli acquisti consigliati (ad oggi) visto che normalmente su Mac i giochi non sono mai stati uno dei motori di sviluppo del computer e che oggi esiste la possibilità di noleggiare in remoto un computer da Gaming.

I Nuovi Divulgatori
I Nuovi Divulgatori

Affianco ai vari influencer come Ferragni o Vacchi, senza arte ne parte, il mondo del web si sta aprendo sempre di più ai divulgatori online. La digitalizzazione dei contenuti ha infatti trasformato i tradizionali canali di informazione permettendo ad un sempre maggior numero di persone competenti di poter condividere le proprie conoscenze. Fino a poco meno di una quindicina d’anni fa la divulgazione di massa era appalto esclusivo della televisione e delle radio partendo da “Quark” di Piero Angela per arrivare a “La Grande Bellezza” di Cesare Bocci senza dimenticare la “La macchina del tempo” di Alessandro Cecchi Paone o i vari canali tematici come “Marco Polo” o “Rai Storia”.

Proprio come i media tradizionali hanno iniziato a perdere sempre più audience nei confronti del web anche i programmi di divulgazione devono affrontare la concorrenza dei divulgatori sul web che stanno diventando delle vere star ma che, a differenza dei più conosciuti influencer, diffondono contenuti di qualità.
Attenzione non vogliamo parlare in queste poche righe dei finti divulgatori che spacciano per vere bufale come la terra piatta, gli UFO o le cure omeopatiche, ma di persone che non solo hanno titoli accademici per parlare di determinati argomenti ma anche le capacità di farlo: la divulgazione riguarda innanzitutto ciò che chi ha una certa competenza vorrebbe far comprendere a chi non ha le sue stesse conoscenze, utilizzando un linguaggio il più semplice possibile senza togliere qualità all’informazione che si trasmette.
È poi bene chiarire fin da subito la differenza che esiste tra divulgazione  e didattica online (che non vuol dire solamente la famigerata DAD): quando si parla di didattica online ci si riferisce a dei video che hanno come target quei fruitori di contenuti che vogliono imparare o ripassare determinate conoscenze come ad esempio il “teorema di Pitagora”, come si fa il calcolo vettoriale o una lezione di storia simile a quella che viene fatta nelle aule scolastiche o universitarie. Ne segue necessariamente che un video di didattica ha un pubblico più limitato di quanto lo possa avere uno di divulgazione che si rivolge ad un pubblico più ampio e con un linguaggio meno specifico. La differenza si può quindi riassumere tra il far sapere e il come far sapere.

Il mondo dei divulgatori online utilizza principalmente due canali, Youtube e Instagram e si articola in una miriade eterogenea di contenuti; il fatto che questi due canali di comunicazione siano anche i più apprezzati dagli influencer (in particolar modo Instagram) non deve trarci in inganno ma farci riflettere che non vi sono metodi più o meno adatti per trasmettere un determinato messaggio ma solo l’utilizzo che se ne fa e che siamo noi utenti a doverne cogliere le opportunità e sfruttarli al meglio.
Ma come si riconosce un buon divulgatore online da uno improvvisato che vuole solo guadagnare visite o, peggio ancora, da uno in mala fede?
La prima cosa da tenere in considerazione –ma non la più importante-, quando si segue un video su un canale di divulgazione, è la “reputazione” di chi parla; bisogna poi considerare che fare un video divulgativo richiede non solo conoscenze ma anche tempo ed è importante che vengano citate le fonti quando si parla di un argomento, soprattutto se controverso. Infine un buon divulgatore online, parla principalmente di un solo argomento o di argomenti che sono ad esso collegato, creando eventualmente diverse playlist a seconda degli argomenti.

Tra i divulgatori italiani più attivi sia su Youtube che su Instagram sicuramente è da citare Dario Bressanini.
Chimico, fisico teorico, docente universitario, ricercatore, il professor Bressanini ha al suo attivo diversi libri di divulgazione e articoli su riviste specializzate, sempre sul tema dell’alimentazione analizzata da un punto di vista scientifico.  Ha iniziato la sua attività di divulgazione sui media tradizionali (Tv e Radio) ed ha una rubrica fissa sul mensile “Le Scienze” da parecchi anni. Ma non basta che il curriculum sia corposo e, conscio di questo, il professor Bressanini quando pubblica un video divulgativo cita sempre le fonti alle quali attinge.
Non bisogna infatti scordare che, soprattutto nella scienza, non vale il principio di autorevolezza ma di dimostrabilità.
Un altro divulgatore che mette a disposizione le sue conoscenze è Amedeo Balbi. Astrofisico e ricercatore, professore di astronomia e astrofisica all'Università di Roma "Tor Vergata", autore di diversi libri e autore di articoli scientifici pubblicati regolarmente su “Le Scienze”, “La Stampa”, “Repubblica” ed “Il Manifesto”, racconta come funziona l’universo e la scienza in maniera semplice e diretta, con un linguaggio che non risulta mai artificiosamente complesso.
 
Ma alle frontiere della divulgazione online non approdano solamente persone competenti ma anche organizzazioni come il “CICAP”, fondato da Piero Angela che dal 1989 si occupa di promuovere un'indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze, del paranormale, dei misteri e dell'insolito, con l'obiettivo di diffondere la mentalità scientifica e lo spirito.
Anche un’organizzazione senza scopo di lucro come TED che è dedita alla diffusione di idee, attraverso un suo canale TEDx permette, a chi fosse interessato ad ampliare le proprie conoscenze, di vedere gli incontri che vengono organizzati nelle varie parti del mondo in diverse lingue (Italiano compreso!) con relatori di diverse discipline.
Nemmeno le istituzioni non si sono lasciate sfuggire l’opportunità che i nuovi media permettono e così il Canale YouTube ufficiale dei Laboratori Nazionali di Frascati (LNF) e dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) risulta uno dei più completi con playlist che vanno dalle conferenze alle letture pubbliche, con una sezione molto bella per i bambini chiamata “Summer Camp” le mie giga-nano vacanze estive, in collaborazione con Rai Kids.
Se l’INFN ha un suo canale non poteva certo essere da meno l’Istituto nazionale di astrofisica (INAF),  il principale ente di ricerca italiano per lo studio dell’universo, che sul suo canale propone un video al giorno sulle scoperte più interessanti di astronomia e fisica, sulle notizie di maggior rilievo dallo spazio e in campo tecnologico e sugli eventi rivolti agli appassionati del cielo, nonché interviste, approfondimenti e dirette con alcuni fra i maggiori esperti italiani e internazionali.

Fino ad ora abbiamo parlato solo di divulgazione scientifica online ma anche gli appassionati di materie umanistiche possono trovare approfondimenti o nuove conoscenze. Il canale del Festival della Mente, dedicato alla creatività e alla nascita delle idee che si svolge a Sarzana ogni anno, mette a disposizione i video degli incontri con i vari relatori, mentre tra i divulgatori non scientifici sono sicuramente da ricordare il canale Youtube di Roberto Trizio, che ci racconta aneddoti della vita quotidiana o eventi storici relativi al periodo della Roma Antica o il canale “Vivi everyday” che sempre di storia parla ma da un punto di vista più leggero “raccontando usi, costumi e credenze di altre epoche, il mondo quotidiano di chi ha vissuto prima di noi... tutto questo intervallato da momenti di discussione e video leggeri e comici” (Cit.).
Se si è appassionati di letteratura un canale interessante è quello di “Ima AndtheBooks”, un’insegnante di lettere, che ogni settimana crea un video.  Personalmente trovo molto interessante la playlist sulle biografie  dei grandi scrittori italiani, “con aneddoti, curiosità e segreti che i libri di scuola non ci raccontano” (Cit.).

Ma per fare divulgazione online seriamente bisogna essere obbligatoriamente laureati nell’argomento del quale vogliamo parlare?
Non necessariamente! Uno dei più grandi divulgatori di matematica e scienze, Martin Gardner, ad esempio era laureato in filosofia ma questo non gli impedì di essere, per molti anni, il curatore della rubrica "Mathematical Games" sulla rivista “Scientific American” (la versione italiana è "Giochi Matematici", su “Le Scienze”), nella quale ha divulgato molti argomenti di carattere matematico, come i frattali, la crittografia e molto altro ancora.
Un divulgatore (come insegna Dario Bressanini) quando decide di approfondire un argomento va a cercarsi tutti gli articoli e le ricerche che riesce a trovare, fino ai più recenti, li legge e li mette nel giusto contesto. Li valuta e verifica le fonti, se ci sono studi in contraddizione cerca di approfondirli per trovare quello che è più giusto, e alla fine fa un riassunto il più possibile onesto senza sensazionalismi, esponendo il pensiero generale della comunità (scientifica o di studiosi del settore) senza soffermarsi troppo su di una singola idea o concetto che magari è più simile al suo pensiero. Quando cerca di esporre quando ha appreso lo fa con parole semplici, senza entrare in tecnicismi inutili, tralasciando i dettagli e citando sempre le fonti.
Chiaramente non si può parlare di un argomento senza avere le basi solide di ciò che è il soggetto della trattazione: se si decide di fare un video sulla relatività generale sicuramente bisogna sapere almeno a livello descrittivo cos’è un tensore metrico, se si vuole parlare di storia della Seconda Guerra mondiale, avere la consapevolezza di quello che era l’Europa ed il mondo nel periodo antecedente il  settembre del 1939 e così via.

Troppo spesso si parla dell’aspetto negativo che la rapida diffusione delle notizie e dei contenuti grazie all’utilizzo dei nuovi media permette, dimenticandoci che in un mare pieno di fango si possono trovare le perle. Il periodo di confinamento forzato dovuto al covid-19 e il fatto che molti genitori si sono trovati a casa con i figli e a doverli aiutare nel fare i compiti ha permesso a molti utenti del web di scoprire il mondo dei divulgatori online che spesso sono costretti a battersi con armi impari contro i grandi influencer che non di rado fomentano fake news.
Grazie a internet informarsi è più semplice e i divulgatori (quelli seri!) sono un pezzo essenziale del processo di arricchimento personale che tutti dovremmo fare. Se leggere un saggio, per molte persone, può essere noioso non lo è guardare un video che risulta anche meno “impegnativo” e aiuta ad avvicinarsi ad una materia o ad un argomento. Se poi il video è ben fatto ed invoglia chi lo ha visto ad approfondire ciò che si è appena sentito allora lo scopo della divulgazione è raggiunto.
Viviamo in un’era che ci permette di accedere a conoscenze vere e condivise in maniera semplice e diretta è un peccato se non ne approfittiamo. La prossima volta che su youtube guardate un video clip musicale o una presentazione di qualche influencer pensate ad ampliare le vostre conoscenze e cercate un canale di divulgazione seria, arricchirete voi stessi ed anche le persone che vi circondano.

Pecunia Non Olet
Pecunia Non Olet

L’App IO per il “Cash Back” rientra nel più ampio “Piano Italia cashless” volto ad incentivare l’uso dei pagamenti elettronici. A differenza di quanto è successo per l’app Immuni, questa nuova iniziativa del Governo Italiano sembra aver avuto maggior successo e sembra anche che la maggior parte dei preconcetti riguardo la privacy, che hanno rallentato l’utilizzo dell’app di tracciabilità del Covid, non abbiano disincentivato questa volta gli utenti a scaricarla, malgrado la privacy sia meno tutelata realmente con l’uso di IO per il cashback.

Cos’è il Cashback di Stato
Cashback significa ottenere indietro i soldi in cambio degli acquisti effettuati che, in questo caso, prevede il rimborso del 10% da parte dello Stato Italiano, delle spese effettuate con sistemi di pagamento elettronici nei negozi. L’ 8 dicembre è partita la versione sperimentale di questo procedimento; nei piani del governo il cashback è una delle misure pensate per disincentivare l’uso del contante, spingere i pagamenti digitali e contrastare l’evasione fiscale.
Il procedimento di Cashback non è nuovo, diverse carte di pagamento, negozi online e app di pagamento lo hanno utilizzato e lo utilizzano tutt’ora come strumento promozionale o di fidelizzazione (e a volte è stato utilizzato anche da truffatori e siti malevoli).  Si capisce subito che questo procedimento non è propriamente un metodo di guadagno, visto che non c’è alcun ricavo sull’acquisto e non è neanche uno sconto, dato che i soldi vengono accreditati a posteriori quando la spesa è già fatta, ma possiamo considerare invece il normale cashback come una ricompensa che una carta, un negozio o un sito riconosce agli utenti che sono fidelizzati.
Il metodo di rimborso ideato dal Governo Conte è invece una misura ideata nel tentativo di arginare, come abbiamo detto, l’evasione fiscale e modificare le abitudini dei cittadini Italiani  verso metodi di pagamento tracciabili.
Quella iniziata l’ 8 dicembre è una sperimentazione e, per adesso, è valida solo se si utilizzano carte di credito, di debito o bancomat mentre sono escluse le app come Google Pay o Apple Pay che saranno attive con l’inizio ufficiale dal 1° gennaio 2021. Il rimborso sarà semestrale e di un importo massimo di 1.500 euro; per ottenerlo, però, è necessario fare almeno 50 pagamenti, che vanno da un minimo di 1 euro ad un massimo 150 euro, nei sei mesi.
Chi volesse aderire al cashback deve essere maggiorenne e residente in Italia. Deve poi registrarsi all’app IO della piattaforma della Pubblica Amministrazione, tramite l’SPID o con la carta d’identità elettronica, quindi bisogna indicare il proprio codice fiscale, uno o più sistemi di pagamento elettronico che si utilizzeranno per i pagamenti, e l’Iban del conto corrente su cui verrà accreditato il cashback ogni sei mesi.

L’app IO
L’app IO non è solamente utilizzabile per il cashback ma è un progetto del Governo Italiano, già attivato lo scorso 18 aprile, che permette ai cittadini di poter accedere in modo semplice ai servizi della Pubblica Amministrazione, sia locale che nazionale, direttamente da smartphone.
Un cittadino può tramite IO, ad esempio, ricevere messaggi e comunicazioni riguardanti le proprie scadenze verso la PA come carta d’identità, permesso ZTL, ricevere avvisi di pagamento con la possibilità di pagare tasse come il bollo auto o la TARI direttamente dall’app, mentre in futuro sarà anche possibile ottenere certificati, documenti personali digitali e molto altro.
Dall’8 dicembre, dicevamo, è possibile utilizzare IO anche per registrare i pagamenti associati al cashback di stato. Ad oggi (metà dicembre 2020) i cittadini che hanno scaricato l’app sono più di 8 milioni con un incremento significativo a partire dall’inizio del mese a pochi giorni prima dell’avvio sperimentale del Cashback di stato (un milione in più solamente tra il 7 e l’8 dicembre).
Per utilizzare l’app IO bisogna prima di tutto scaricarla dallo store del nostro dispositivo (Android o I/OS); una volta scaricata ed installata l’app ci chiede la registrazione, che  avviene tramite SPID oppure via carta d’identità elettronica. E qua iniziano i primi problemi in quanto non tutti i cittadini italiani hanno un SPID o una carta digitale e quindi bisogna munirsi di uno di questi due strumenti.  Il sito spid.gov.it mette a disposizione una lista di diversi “gestori d’identità” abilitati alla generazione dello SPID gratuitamente, ma il processo non risulta mai comodo o semplice.
Poste italiane, ad esempio, permette di avere un SPID gratuitamente recandosi presso uno degli sportelli di Poste Italiane o a pagamento se un incaricato si reca a casa. Anche altri gestori premettono il riconoscimento di persona, ma giustamente, bisogna recarsi presso i loro uffici. Ci sono anche metodi di riconoscimento da remoto, tramite webcam, carta d’identità elettronica o passaporto elettronico ma non tutti i fornitori del servizio lo mettono a disposizione gratuitamente.
Una volta registrata l’app IO, tramite SPID o CIE, l’utente deve indicare un pin ed eventualmente registrare la propria impronta digitale, dopo la prima registrazione, per accedere ogni volta basterà inserire il pin e non sarà più necessario utilizzare l’SPID.

E la privacy?
Appena uscita l’app IO ha subito manifestato dei problemi dato il grande numero di query effettuate che i server non erano in grado di gestire (tanto che nuovamente Pornhub aveva offerto l’utilizzo dei propri server), e l’ hashtag #IOapp è stato uno dei più utilizzati per visualizzare le lamentele degli utenti.
Accanto a questo hashtag però un altro compare nelle ricerche: #IOappPrivacy.
Ad onor del vero l’informativa sulla privacy andrebbe sempre letta quando scarichiamo ed installiamo un’app o un programma e a maggior ragione andrebbe letta quando riguarda dati estremamente sensibili come nel caso dell’app IO.
Ma quali dati sono interessati da questa app?
Abbiamo detto che per utilizzare il servizio cashback bisogna comunicare all’app IO il proprio codice fiscale e il proprio IBAN, mentre gli altri dati che l’app raccoglie sono gli estremi della carta, i dati identificativi del titolare della carta stessa, gli Importi degli acquisti e la loro geolocalizzazione nonché la cronologia di questi ultimi.
Certo, viene da obbiettare che la maggior parte di questi dati sono già in possesso dell’azienda che eroga i servizi, qual è quindi la differenza ?
Mentre nel caso di utilizzo di una o più carte su di un sito o presso un negozio ogni dato rimane a disposizione solamente del gestore della carta e del gestore del sito, nel caso di IO la questione è più complessa perché se registriamo e abilitiamo al cashback più carte tutti i dati delle transazioni tramite tali carte vanno a finire dentro un unico grande gestore che ha accesso a tutti i dati e può anche incrociarli.
Il fatto che l’acquisto con metodo di pagamento elettronico sia incentivato dal cashback, poi, stimola l’utente a fare più transazioni con le carte e le app e, quindi, a concedere più dati di quanti non ne concederebbe normalmente. Ai dati delle carte si aggiunge poi il codice IBAN sul quale versare il cashback, che può anche essere diverso dall’eventuale IBAN della carta di pagamento. Insomma il paradiso dei Big Data!
L’app IO è gestita dal MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze ) che è titolare del trattamento dei dati personali, mentre le due società controllate pubbliche PagoPA S.p.A. e Consap S.p.A. sono responsabili del trattamento dei dati personali in rispetto del GDPR. PagoPA e Consap sono autorizzate a nominare eventuali sub-responsabili, in caso, quindi alcune operazioni sui dati vengano subappaltate.
In particolare PagoPa organizza e gestisce tutto il funzionamento del meccanismo del cashback, mentre Consap gestisce gli eventuali reclami tramite una piattaforma web appositamente creata.
Quello che fa riflettere è un paragrafo della privacy policy di IO per il cashback che specifica che alcuni dati potrebbero essere inviati a dei paesi extra-UE: “Per la gestione dell’App IO, utilizzata per il servizio Cashback e gestita da PagoPA S.p.A., la predetta Società si avvale, limitatamente allo svolgimento di alcune attività, di fornitori terzi che risiedono in paesi extra-UE (USA). Per lo svolgimento di alcune attività connesse alla gestione dei reclami attraverso il Portale dedicato, Consap S.p.A. si avvale di fornitori terzi che hanno la propria sede in Paesi extra-UE (USA) “.  Stando a quanto afferma PagoPA uno dei soggetti terzi è l’azienda americana Oracle sui cui server sono ospitati i dati dei reclami (indirizzo di posta elettronica e password, codice fiscale, nome e cognome, dati dei documenti di identità allegati, dati relativi al reclamo stesso). Insomma sembra che questa clausola esista solo per permettere l’utilizzo di server di aziende extra UE che comunque sono localizzati fisicamente in Europa e la cui trasmissione dei dati avviene in maniera crittografata, quindi sicura.
Per finire va sottolineato che la privacy policy dell’app chiarisce che è vietato, oltre alla vendita dei dati, ogni utilizzo per scopi di profilazione,  il che vuol dire che non arriverà nessuna pubblicità mirata legata ai dati che raccoglie l’app IO e che ogni utente può uscire in ogni momento dal piano cashback, richiedendo la cancellazione dei propri dati.
Tutto risolto quindi? Non proprio. L’invio di dati negli Stati Uniti è ormai ritenuto non sicuro da parte dell’Unione Europea dato che il governo USA ha potere di accesso ai dati degli europei e, a quanto sembra, questo viene fatto regolarmente.
E questo non è complottismo visto che la Corte di giustizia dell'Unione europea (CGUE) si è pronunciata il 16 luglio 2020 (c.d. "Sentenza Schrems II") in merito al regime di trasferimento dei dati tra l'Unione europea e gli Stati Uniti facendo notare proprio questo e sottolineandolo nelle FAQ :” La Corte ha ritenuto che i requisiti del diritto interno degli Stati Uniti, e in particolare determinati programmi che consentono alle autorità pubbliche degli Stati Uniti di accedere ai dati personali trasferiti dall'UE agli Stati Uniti ai fini della sicurezza nazionale, comportino limitazioni alla protezione dei dati personali che non sono configurate in modo da soddisfare requisiti sostanzialmente equivalenti a quelli previsti dal diritto dell'UE”.
Non è questa la sede per giudicare le iniziative del governo a riguardo dell’utilizzo dei pagamenti elettronici per contrastare l’evasione fiscale, ne valutare se utilizzare la carta per pagare ad esempio un caffè (visto che il conteggio per il rimborso inizia da spese che partono da 1 euro) sia eticamente accettabile, ma quello che rileviamo è che nuovamente le iniziative messe in campo dal Governo per digitalizzare le attività si sono rivelate alquanto deficitarie soprattutto per le carenze delle infrastrutture di rete, assolutamente non in grado di reggere ampi e sostenuti volumi di traffico on line.
Un altro dato che è da notare riguarda la differenza di download rispetto all’app Immuni che è stata boicottata da molti utenti preoccupati per la privacy che si presumeva venisse violata, mentre per l’app IO per il cashback, questi stessi utenti non hanno avuto gli stessi dubbi, come se il desiderio di attaccarsi alle mammelle della sovvenzione statale li rendesse liberi da ogni turbamento e dubbio morale.
Svetonio ne “Le vite dei cesari” ci riferisce che l’imperatore Vespasiano rispose al figlio Tito che lo rimproverava per una tassa sugli orinatoi con la frase “non olet” (non puzza – la tassa-).
Da allora la frase viene spesso citata per indicare che non bisogna essere troppo schizzinosi riguardo la provenienza dei soldi e così, ripensando a questa frase, chiudiamo queste riflessioni pensando a tutti quei cavalieri “duri e puri” che si battevano contro Immuni per tutelare la privacy e si sono arresti miseramente a IO.


Bibbliografia:

https://io.italia.it/cashback/privacy-policy/
(ultima consultazione dicembre 2020)

https://io.italia.it/dashboard/
(ultima consultazione dicembre 2020)

https://www.garanteprivacy.it/home/docweb/-/docweb-display/docweb/9442415
(ultima consultazione dicembre 2020)

https://www.spid.gov.it/richiedi-spid
(ultima consultazione dicembre 2020)

  ► Luoghi

Cuma (na)
Cuma Il Parco Archeologico di Cuma

Chi non conosce il più famoso oracolo del monto antico la Sibilla Cumana, resa famosa dall’ “Eneide” di Vigilio? Credo nessuno.
Conosciuta fin dall’antichità la città di Cuma è la più antica colonia greca d’Occidente che portò la cultura greca a diffondersi lungo tutta la penisola italiana tanto da far adottare una versione modificata dell'alfabeto euboico-calcidese, tipico di Cuma e Pithekoussas, secondo i loro fonemi agli Etruschi e ai Latini.
Fin dalla sua fondazione la città conobbe una grande crescita, fino all’arrivo di Roma, di cui Cuma divene una fedele alleata tanto da divenire Municipio romano nel 215 a.C. ed essere una delle roccaforti di Ottaviano durante la guerra civile. Con l’arrivo delle invasioni barbariche iniziò il declino di Cuma che, pur riuscendo a sopravvivere alla dominazione Bizzantina nulla poté contro le ripetute scorrerie dei pirati saraceni che costrinsero i suoi abitanti ad abbandonarla.

Quello che rimane oggi è uno spettacolare parco archeologico che ogni anno attrae migliaia di visitatori e dove la principale attrazione è l’Antro della Sibilla Cumana. Ma passeggiare per il parco archeologico di Cuma vuol dire perdersi in un mondo surreale, che sembra fermato nel tempo; un mondo dove si intravedono le vestigia di un’antica civiltà, dove si ammirano i resti del Tempio di Giove, della Cripta romana. Dalla terrazza del belvedere  si può ammirare una vista sul mare e la campagna circostante, mentre nelle immediate vicinanze si staglia l'Arco Felice si possono ammirare i numerosi sepolcri di età greca e romana.
L'Antro della Sibilia è una lunga galleria rettilinea e a sezione trapezoidale, alta circa 5 metri che fu scoperta da Amedeo Maiuri il quale riconobbe in essa il luogo dove la profetessa del dio Apollo prediceva il futuro ai suoi discepoli: si narra che re, grandi eroi o semplici paesani si recassero in questo luogo per ottenere risposte a grandi e piccoli dilemmi o semplicemente per conoscere il volere degli Dèi. Le profezie della Sibilla Cumana erano infatti considerate verità assoluta. La galleria rettilinea, lunga 131 metri ed è interamente scavata nella roccia tufacea, presenta una base di 2,50 metri e termina in un vestibolo contenente un paio di sedili scavati nella roccia. È  dotata di numerose aperture laterali da cui entra la luce mentre nei bracci trasversali sono ricavate alcune cisterne, che raccoglievano le acque piovane attraverso un sistema di canalizzazione.
Il Tempio di Apollo sorge dove probabilmente prima era stato edificato un precedente tempio dedicato a Hera.
Il maggiore santuario dell'Acropoli rimane comunque il Tempio di Giove (anch'esso si presume precedentemente consacrato ad un'altra divinità: Demetra) che durante l'epoca bizantina fu convertito in basilica; a testimonianza di questo utilizzo del tempio è ancora visibile la vasca profonda 70 cm e larga 3 che utilizzata per il rito del battesimo.

Solferino (mn)
Solferino Solferino, dall’Unità d’Italia alla nascita della Croce rossa

Il 24 giugno 1859 fu combattuta una delle battaglie più cruente del Risorgimento Italiano che costò la vita a 30.000 uomini; lo scontro fu così feroce e cruento che gli eserciti vincitrici non ebbero nemmeno la forza di inseguire quello sconfitto (Austriaco) in fuga.
Il giorno successivo alla battaglia giunse in quei luoghi Jean Henry Dunant, che rimase profondamente impressionato dal numero enorme di feriti che venivano assistiti dalle popolazioni del luogo (soprattutto dalle donne) che non si curavano della divisa che indossavano gli infermi. Dunant si unì ai soccorritori e da quell’esperienza pubblicò un libro a sue spese “Un Souvenir de Solférino” e successivamente fondò la Croce Rossa Internazionale. Per questo suo gesto fu premiato con il “Premio Nobel per la Pace” nel 1901, il primo anno nel quale venne assegnato tale riconoscimento.

Solferino è un piccolo comune dell’alto mantovano abitato fin dall’età del bronzo. Vista la sua posizione strategica durante il medioevo, sul colle più alto, venne costruita una rocca (più tardi definita la “Spia d’Italia”) dalla cui sommità è possibile osservare gran parte della Pianura Padana. Alla base della rocca, nel 1959 nel centenario della sua nascita, fu eretto il Memoriale della Croce Rossa.
Il memoriale si raggiunge attraverso un lungo viale di cipressi che porta ad uno spiazzo rettangolare pavimentato con lastre di pietra e circondato anch’esso da cipressi; sul lato destro il monumento è composto da una parete con formelle in marmi policromi provenienti da ogni parte del mondo, sui quali sono impressi i nomi di centoquarantotto Paesi aderenti alla Croce Rossa Internazionale.

La rocca di Solferino è alta 23 metri e al suo interno sono esposti cimeli e documenti risorgimentali. Tramite una scala lignea si può salire fino alla sommità sulla quale una grande terrazza permette (nei giorni di bel tempo) di spaziare lo sguardo sulla pianura sottostante dal Lago di Garda fino agli appennini. Prima di raggiungere la terrazza si passa per la “Sala dei Sovrani” dove sono conservati i ritratti di Napoleone III e Vittorio Emanuele II.

Solferino è sicuramente un piccolissimo paese ma che racchiude molto più storia di quanto possa sembrare e che, indubbiamente, merita una visita.

Gubbio (pg)
Gubbio Gubbio, non è solo la città di don Matteo ma anche la più bella città medioevale.
Gubbio è stata una delle prime città alleate della Roma antica ad entrare nella civiltà latina e tra le prime ad avere una diocesi; dopo le invasioni barbariche la città venne ricostruita sulle pendici del monte Igino e iniziò anche per questa città il periodo dei comuni e delle lotte per le investiture.
Dopo una serie di lotte intestine la città di Gubbio si offre al signore di Montefeltro, entrando di fatto nel periodo delle signorie, per passare poi (insieme a Urbino) alla famiglia Della Rovere. Nel 1631 entra a far parte dello Stato della Chiesa, rimanendone parte fino al 1860 quando le truppe piemontesi liberano la città che diventa italiana a tutti gli effetti.

La città è oggi racchiusa tra le antiche mura, perfettamente conservate, che racchiudono al loro interno le testimonianze di diverse epoche. 
Abbiamo già detto, come Gubbio si sviluppi partendo dalle pendici del monte Igino per salire verso di esso, fino ad arrivare alla basilica di Sant’ Ubaldo, protettore della città, che è facilmente raggiungibile tramite la funivia “Colle Eletto” ed il cui punto di arrivo offre un panorama indimenticabile dell’Appennino Umbro-marchigiano, nonché della città sottostante.

Dalla basilica è possibile tornare al centro cittadino tramite una strada tutta in discesa non troppo faticosa. La parte alta del paese è quella più rappresentativa dove sono presenti diversi palazzi e chiese interessanti nonché la “Piazza della Signoria”  o “Piazza Grande” che è una delle più grandi piazze pensili e che costituisce, insieme al Palazzo dei Consoli ed il Palazzo del Podestà, una tra le più maestose e ardite realizzazioni urbanistiche medievali.

La bellezza di Gubbio è anche nel suo tessuto urbanistico che si snoda attraverso dei meravigliosi vicoli e scalinate che offrono panorami e scorci che riportano indietro nel tempo ed è impossibile non immaginarli pieni di commercianti, artigiani e persone comuni anziché che di turisti.

Oltre che per le bellezze artistiche, la visti alla città è fortemente consigliata a chi apprezza la buona cucina, in particolare il tartufo, gli affettati ed i formaggi che si possono assaporare nei vari ristoranti sparsi per tutta la città. Sapori forti come i buonissimi vini e l’olio della zona che sono dicotomici con il carattere gentile e amichevole degli eugubini.

  ► Gallery

Primavera Estate 2020 (83)
Primavera Estate 2020
Inverno2019-20 (25)
Inverno2019-20
Autunno 2019 (29)
Autunno 2019

  ► Curiosità

Cos'è un ologramma
Cos'è un ologramma
Semplificando si può dire che un ologramma non è altro che un' immagine tridimensionale di un oggetto su lastra fotografica ottenuta sfruttandol'interferenza di due fasci di luce di un'unica sorgente laser: viene creato con la tecnica dell'olografia mediante impressione di una lastra o pellicola olografica utilizzando una sorgente luminosa coerente come è ad esempio un raggio laser.
Il fronte d’onda, a seguito di divisione, dà origine a due fronti d’onda, il fascio di riferimento e il fascio oggetto, che sono inizialmente completamente correlati e che seguono due strade diverse. Il fascio oggetto viene sovrapposto in quello che si definisce “piano immagine” al fascio di riferimento. L’interazione presenta una modulazione di intensità sul piano immagine.
Una delle caratteristiche degli ologrammi è che lastra olografica conserva il contenuto informativo in ogni sua parte quindi se si rompe in più parti la lastra è possibile ottenere la stessa immagine tridimensionale completa in ogni pezzo che risulta
Chi ha inventato l' F-16?
Chi ha inventato l' F-16?
Innanzitutto l’F-16 e’ nato da un TEAM, e ripeto TEAM di ingegneri.
Alla guida del team c’era Robert H. Widmer (1916-2011).Nato nel New Jersey, Widmer si laurea al Rensselaer Polytechnic Institute e ottiene un master’s degree al California Institute of Technology (il Cal Tech). Non riuscì ad arrivare al Ph.D perchè nel 1939 venne reclutato dalla Consolidated di San Diego, dove si occupo’ di PBY, PB2Y e B-24, l’aereo da combattimento americano maggiormente prodotto durante la Seconda Guerra Mondiale. Presso la Convair, Widmer fu responsabile dei test in galleria del vento del B-36 Peacemaker e come dello sviluppo del B-58 e F-111. Nel 1970 fu promosso vice-presidente per la ricerca e sviluppo degli impianti di San Diego e Fort Worth.
Widmer inizio’ a lavorare all’embrione dell’F-16 in gran segreto e senza informare i vertici della General Dynamics in quanto questi ultimi ritenevano che un aereo del genere non avrebbe avuto mercato.
Harry Hillaker, conosciuto anche come il “Padre dell’F-16”. Come Widmer, anche Hillaker all’epoca lavorava alla Convair con la qualifica di vice-capo ingegnere del programma Lightweight Fighter. Praticamente era il numero due subito dopo Widmer. Verso la fine degli anni sessanta Hillaker entro’ a far parte della Fighter Mafia.
Pierre Sprey non ha inventato l'f-16 (come spesso si sente dire) e non è da considerare il padre ti tale aereo (come affermato dalla trasimissione RAI “Presa Diretta” del febbraio 2013). Sprey era semplicemente un’analista di sistemi presso l’Office of Secretary of Defense (OSD), nonche’ membro della famigerata "Fighter Mafia" (un ristretto gruppo di ufficiali USAF e civili noto negli anni settanta per ssere stato uno dei piu’ influenti think tank militari in campo aeronautico)
Il Piano Bernadotte
Il Piano Bernadotte Nell'estate del 1948, il Conte Folke Bernardotte fu inviato dalle Nazioni Unite in Palestina per mediare una tregua e tentare di negoziare un compromesso. Il piano di Bernardotte chiedeva allo Stato ebraico di consegnare il Negev e Gerusalemme alla Transgiordania in cambio della Galilea occidentale. Questo piano era simile ai confini che erano stati proposti prima del voto sulla spartizione, e che tutte le parti avevano rifiutato. Ora la proposta veniva offerta dopo che gli Arabi erano andati in guerra per impedire la spartizione ed era stato dichiarato uno stato ebraico. Sia gli Ebrei che gli Arabi rifiutarono il piano.
Ironicamente, Bernardotte trovo' tra gli Arabi poco entusiasmo per l'indipendenza. Egli scrisse nel suo diario:
"Gli Arabi palestinesi al momento non hanno una volontà loro.
Ne' hanno mai sviluppato un nazionalismo palestinese specifico. La domanda di uno stato arabo separato in Palestina e' pertanto relativamente debole. Semberebbe proprio che nelle circostanze attuali gran parte degli Arabi palestinesi sarebbe alquanto contenta di essere incorporata nella Transgiordania" 
Il fallimento del piano Bernardotte giunse quando gli Ebrei cominciarono ad avere maggior successo nel respingere le forze arabe d'invasione e nell'espansione del loro controllo sui territori esterni ai confini della spartizione.

  ► Aerei del giorno

Tupolev Tu-142
Tupolev Tu-142 Tipo: Aereo per la lotta antisommergibile e per il pattugliamento marittimo
Ruolo: Lotta Antisom, Antinave
Nazione di Origine: URSS
Armamento: 2 cannoni Gryazev-Shipunov GSh-23 da 23 mm, nella torretta di coda. Siluri AT-1, AT-1M, AT- 2, AT-2M. Missili APR-1, APR-2. Bombe di profondità (sia con cariche convenzionali che con cariche nucleari)

Prestazioni: Velocità massima 855 km/h. Autonomia 12000 km. Tangenza 13500 m
Beriev Be-10
Beriev Be-10 Tipo: Idropattugliatore marittimo
Ruolo: Ricognizione, Lotta Antisom, Antinave
Nazione di Origine: URSS
Armamento: 4 cannoni Makarov AM-23 calibro 23 mm. Bombe FAB-250, FAB-3000. Siluri RAT-52

Prestazioni: Velocità massima 910 km/h. Velocità di crociera 785 km/h. Autonomia 3150 km. Tangenza 12500 m
Kawasaki C-1
Kawasaki C-1 Tipo: trasporto tattico
Ruolo: Trasporto, Trasporto Tattico, Guerra Elettronica
Nazione di Origine: Giappone
Armamento: Nessuno

Prestazioni: Velocità massima 806 km/h. Velocità di crociera 657 km/h. Velocità di salita 17,8 m/s. Autonomia 3350 km. Tangenza 11580 m

  ► Tutorials

Simulare Carica Altro con Jquery

I siti web moderni preferiscono all’impaginazione dei risultati delle query il caricare sulla stessa pagina altri risultati (il famoso Carica altro) tramite la pressione di un tasto/link o tramite il raggiungimento della fine pagina.
Tra i vari metodi disponibili il più semplice lo si ottiene tramite jquery e si può adattare a molti script e linguaggi.
Per fare questo usiamo due metodi che ci offre il frameworks jquery: .append e .load.
Il metodo .append serve per poter accodare un contenuto all’interno dell’elemento al quale è associato.
Il metodo .load carica, invece, il contenuto di un file all’interno di un div.
Per quanto riguarda l’html sarà sufficiente creare un div al quale assegnamo l’id “contenuto” all’interno del quale carichiamo la nostra pagina con i dati aggiuntivi.

<div id="contenuto"></div>

Per quanto riguarda lo script ci limitiamo a scrivere la funzione che carica la pagina dentro contenuto:

<script>
function aggiungi (pag) {
$('#contenuto').append($("<div>").load("caricaaltro2.aspx?id="+pag));
}
</script>

Nello script abbiamo aggiunto una variabile che passa il numero di pagina nel caso dovessi caricare più pagine.
Posso anche aggiungere la funzione che nasconde il div che mi mostra “carica altri”:


$("#linnk").click(function() {$(this).hide();});

Nella pagina caricata mi limiterò a inserire lo stesso script e lo stesso div.


 

Script completo prima pagina 

<%@ Page Language="VB" ContentType="text/html" ResponseEncoding="utf-8" %>

<!doctype html>
<head>
<meta http-equiv="Content-Type" content="text/html; charset=utf-8" />
<title>Documento senza titolo</title>


<style type="text/css">
body { color: #000; text-align:center; background-color: #FFF; }
.quadrati { width:200px; height:200px; margin:2px 2px 2px 2px; display:inline-block; border:#354D46 1px solid; }
img { height:100%; width:auto; max-width:190px; }
</style>
<%dim pag = 2%>
</head>

<body>
<p>CARICA ALTRO ESEMPIO</p>

<div class="quadrati">
<img src="https://www.filoweb.it/galleria2015/foto/R06939V9BEM0AWYTUVM5VOQMEP0Q9O.jpg" >
</div>

<div class="quadrati">
<img src="https://www.filoweb.it/galleria2015/foto/LN6VNQDBH_NH77SWWRRBP6YJX7BDMQ.jpg" >
</div>

<div class="quadrati">
<img src="https://www.filoweb.it/galleria2015/foto/LVXNE6SIG86TAO8YBPBK3Q6A9D5VAF.jpg" >
</div>

<div id="contenitore" style="width:100%;">
<div id="contenuto" style="width:100%;"></div>
</div>

<div id="blinnk"><a href="javascript:aggiungi(<%response.write(pag)%>);" id="linnk" style="width:100%; background-color:#354D46; text-align:center; color:#FFF;" title="Carica tutti" >CARICA ALTRI</a></div>

<script src="https://ajax.googleapis.com/ajax/libs/jquery/3.2.1/jquery.min.js"></script>
<script>
$("#linnk").click(function() {$("#blinnk").hide();});

function aggiungi (pag) {
$('#contenuto').append($("<div>").load("caricaaltro2.aspx?id="+<%response.write(pag)%>));
}
</script>

</body>
</html>


 

 

Script completo 2° pagina

<%@ Page Language="VB" ContentType="text/html" ResponseEncoding="utf-8" %>

<!doctype html>
<html >
<style type="text/css">
body { text-align:center; }
.quadrati { width:200px; height:200px; margin:2px 2px 2px 2px; display:inline-block; border:#354D46 1px solid; }
img { height:100%; width:auto; max-width:190px; }
</style>

</head>
<body>
<%
dim pag
pag=request.QueryString("id")
pag=pag+1
%>

 

 

<div id="contenitore">
<h3> questa è la pagina <%response.write(pag)%></h3>
<div class="quadrati">
<img src="https://www.filoweb.it/galleria2015/foto/YLAUXHFWF52IBFJC7TJAZ_Z9ESH799.jpg" >
</div>

<div class="quadrati">
<img src="https://www.filoweb.it/galleria2015/foto/PA8I4_C_J8GFA808JSS4QVQT9NK2FH.jpg" >
</div>

<div class="quadrati">
<img src="https://www.filoweb.it/galleria2015/foto/YLAUXHFWF52IBFJC7TJAZ_Z9ESH799.jpg" >
</div>

<div id="blink<%response.write(pag)%>" style="width:100%; background-color:#293343;"><a href="javascript:aggiungi(<%response.write(pag)%>);" id="linnk<%response.write(pag)%>" style="width:100%; background-color:#354D46; text-align:center; color:#FFF;" title="Carica tutti" >CARICA ALTRI</a></div>

<div id="contenitore" style="width:100%;">
<div id="contenuto" style="width:100%;"></div>
</div>

</div>

<div id="contenitore" style="width:100%;">
<div id="contenuto" style="width:100%;"></div>
</div>

<script src="https://ajax.googleapis.com/ajax/libs/jquery/3.2.1/jquery.min.js"></script>
<script>
$("#linnk<%response.write(pag)%>").click(function() {$("#blinnk<%response.write(pag)%>").hide();});
function aggiungi (pag) {
$('#contenuto').append($("<div>").load("caricaaltro2.aspx?id="+<%response.write(pag)%>));
}
</script>
</body>
</html>

Installazione offline di Visual Studio 2017

Visual Studio è un ambiente di sviluppo integrato sviluppato da Microsoft, che supporta attualmente (2018) diversi tipi di linguaggi come il C, il C++, il C#, il Visual Basic .Net, l’ Html, il JavaScript e molti altri. Visual Studio permette la realizzazione sia di applicazioni che di siti web, web application e servizi web di varia natura.
L'attuale distribuzione di Visual Studio (la 2017), che rappresenta l’ultima versione dopo 20 anni di evoluzione, è disponibile in 3 versioni:



• Community
• Professional
• Enterprise


Una delle novità più importanti riguarda la versione Community che è disponibile completamente gratuita e può essere scaricata e utilizzata liberamente.


Per installare la versione community (come anche le altre) è sufficiente scaricare il file di installazione, lanciarlo e decidere quali componenti installare. Il processo può risultare molto lungo, a seconda della lingua; un’altra soluzione consiste nello scaricare sempre il file di installazione e scaricare tramite uno script i file di setup da conservare per eventuali nuove installazioni.
Il processo risulta sempre lungo, ma una volta fatto ho i file sempre pronti.
Per fare questo per prima cosa devo scaricare il file di installazione da:
https://www.visualstudio.com/it/ e quindi salvarlo in una cartella.

Apro quindi il prompt dei comandi (cmd.exe) e mi posiziono nella cartella dove ho copiato il mio file di installazione (vs2017.exe) e scrivo il comando:



vs2017.exe --layout c:\vs2017setup --lang it-IT


In questo modo creo una cartella chiamata vs2017setup dove verranno scaricati tutti i file per l’installazione offline della versione in italiano (lang it-IT) di visual studio 2017.
Visto che in totale verranno scaricati più di 30Gb ci vorrà tempo ed una connessione veloce ( non obbligatoria ma consigliata).


Una volta terminato sarà sufficiente andare nella cartella di installazione ed eseguire il file di setup.

Note: Posso anche scaricare la versione non localizzata in italiano, ma con tutte le lingue disponibile, in questo caso devo prepararmi a scaricare più di 65Gb!!.

Iframe ad altezza variabile

Premetto che non sono un amante degli iframe (non più almeno) perché oltre ad essere deprecati nell’HTML5 fanno sembrare il sito più vecchio di almeno 6-7 anni dando un’idea di poca professionalità. Inoltre gli iframe sono stati creati per visualizzare pagine esterne al proprio sito web, all'interno dello stesso anche se spesso sono stati usati in maniera errata. Quindi si se si vogliono usare per includere pagine esterne, no per quelle interne meglio usare altri metodi come include, o jquery).

Dopo questa lunga e doverosa premessa passiamo ai fatti. Chi usa il tag iframe spesso ha la necessità di adattarne l’altezza in base al contenuto che viene caricato. I metodi che si trovano in rete sono molti ed io voglio qua proporre la mia personale soluzione in pochissime righe di codice: leggo l’altezza dell tagdel contenuto che carico e tramite jquery assegno l’altezza all’ iframe.
Certo posso scegliere anche il tago altro ma in questo mio esempio preferisco usarevisto che tutto il contenuto visibile in una pagina è racchiuso lì dentro.



Definiamo lo stile per il nostro iframe tramite css:
#mioiframe { width:100%; border:#293343 1px solid; height:300px; }



Scriviamo il nostro iframe.



<iframe src="pg.html" id="mioiframe" class="mioiframe" scrolling="no" frameborder="0" name="contenuto" onload="caricato()"></iframe>

Definiamo il nostro script che verrà chiamato al caricamento del contenuto dell’iframe:
function caricato() {
var mioif = $("#mioiframe").contents().find("body");
var h = mioif.height();
$("#mioiframe").height(80+h+"px");
};


Infine la chiamata alle pagine:


 <a href="pg1.html" target="contenuto" class="menu"> pagina 1 </a>
<a href="pg2.html" target="contenuto" class="menu"> pagina 2 </a>


Come si vede è tutto molto semplice, veloce e leggero…

  ► Varie

Appunti: Photoshop CC v.14 con esempi
Photoshop CC v.14 con esempi
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